La testimonianza di Carola
di Carola Profeta
Dieci anni senza Pannella: il carcere, il giudizio, l’aborto e la mia testimonianza
In questi giorni si celebrano i dieci anni dalla scomparsa di Marco Pannella. Pannella, abruzzese, è stato un leader politico carismatico, Presidente del Partito Radicale Italiano. Un partito che ha promosso battaglie molto lontane dalla mia sensibilità politica e culturale — come aborto, divorzio, eutanasia e liberalizzazione delle droghe leggere — ma che si è occupato anche della situazione dei detenuti e delle carceri italiane, del sovraffollamento e della dignità umana. Su questi temi, invece, negli ultimi anni ho iniziato a sentire una profonda empatia.
Da alcuni anni desideravo visitare un carcere e fare questa esperienza. Mi sono convinta definitivamente l’anno scorso, quando ho visto Papa Francesco aprire la Porta Santa nel carcere della Casa Circondariale di Rebibbia. In quel momento mi sono detta: “Voglio andare a Rebibbia, voglio vivere questa esperienza”.
Entrare in carcere, però, non è semplice se non si hanno amici o parenti detenuti. Così mi sono informata e tramite l’associazione “Nessuno tocchi Caino”, che organizza laboratori e attività all’interno del carcere di Rebibbia la settimana scorsa sono riuscita a varcare la soglia del penitenziario. Ho ritrovato conoscenti che condividono con me un percorso politico di destra, ma anche persone con idee completamente opposte alle mie, sia dal punto di vista politico che morale.
Non avrei mai immaginato di intervenire pubblicamente. Ero lì soltanto come uditrice. L’occasione era anche quella di incontrare Gianni Alemanno, detenuto a Rebibbia. A un certo punto, però, Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino, mi ha invitata a parlare.
Chi mi aveva preceduta aveva raccontato episodi personali e aneddoti legati al proprio rapporto con Marco Pannella e con il Partito Radicale. Io, invece, non avevo mai conosciuto Pannella. Ne avevo sentito parlare soprattutto da mia madre, femminista convinta, socialista e sostenitrice del Partito Radicale. In casa mia c’erano mondi completamente diversi: mia madre era radicale e progressista, mio padre un vecchio democristiano, mentre io sono cresciuta ascoltando gli interventi di Giorgio Almirante e maturando idee molto lontane da quelle radicali.
Eppure, proprio grazie a quell’esperienza e al mio cammino di fede, qualcosa dentro di me è cambiato.
Quando mi sono trovata davanti a quei detenuti — tra cui ragazzi molto giovani, persino un ergastolano entrato in carcere a 26 anni — ho sentito nascere una riflessione profonda. Per tutta la vita avevo pensato che chi fosse in carcere “se lo meritasse”, perché evidentemente aveva commesso un reato.
Poi, però, grazie ad un cammino spirituale intrapreso tanto anni fa, ho preso coscienza di una ferita profondissima: avevo 23 anni ero una ragazzina, ho interrotto una gravidanza grazie a una legge dello Stato fortemente sostenuta anche dal Partito Radicale. Non ho permesso a mio figlio di nascere, anzi a vedere le immagini, oggi, dell’ecografia di un aborto, ho commesso un crimine orribile, ho ucciso mio figlio, l’ho fatto a pezzi. E da quella quella presa di coscienza è nata dentro di me una domanda fortissima: “Chi sono io per giudicare chi è in carcere?”.
Io non ho fatto un giorno di carcere, eppure porto dentro di me il peso di quella scelta. In quel momento ho sentito il bisogno di chiedere perdono per il giudizio che per anni ho avuto verso i detenuti. Ho compreso che non posso giudicare nessuno.
Non avevo preparato alcun intervento. Eppure, davanti a quei detenuti, le parole sono sgorgate spontaneamente. Ancora oggi sento che sia stato lo Spirito Santo a suscitarle dentro di me.
La cosa che mi ha colpito di più è successa alla fine dell’incontro. Quando siamo usciti, molti detenuti mi hanno aspettata fuori dalla porta. Ognuno di loro ha voluto stringermi la mano e abbracciarmi.
Porto dentro di me questa esperienza come una testimonianza autentica. E oggi, nel ricordo di Marco Pannella, sento ancora più forte quanto sia importante guardare ai detenuti non soltanto per gli errori commessi, ma prima di tutto per la loro umanità.